Problemi della formazione professionale

Quello della formazione professionale è un mondo frammentato e composito, che presenta diversi problemi, non tutti di facile soluzione.

Per tentarne una disamina, prendo spunto da un articolo di Francesco Giubileo, I tanti problemi della formazione professionale, lavoce.info, 24 aprile 2013, che ne affronta alcuni.

Il primo punto da toccare è quello dell’efficacia della formazione professionale e questa sembra dipendere da alcuni fattori, il primo dei quali è rappresentato dall’incertezza del quadro valutativo, che discende da una struttura normativa di riferimento frazionata tra competenze diverse a livello nazionale, regionale e provinciale. Questo problema è strettamente legato a quello di una notevole mancanza di uniformità dei programmi di insegnamento. A questo ha in parte cercato di ovviare l’Unione Europea istituendo l’ECDL (European Computer Driving Licence, Patente Europea del Computer) il cui conseguimento attesta la conoscenza di alcuni elementi base dell’utilizzo della piattaforma Microsoft Office e poco altro di più. Ma è sufficiente per lavorare in un qualsiasi ufficio aziendale. A mio parere no.

In Italia è diffusa la tendenza di non collegare la pratica dei corsi di formazione professionale alla verifica empirica dei suoi risultati. In sostanza, l’unico a essere valutato è il docente – e questo è giusto – ma non vengono messi in pratica elementi per la valutazione del livello di apprendimento dei partecipanti. La questione è delicata, perché, quando si lavora con gli adulti occupati, una valutazione negativa dell’apprendimento potrebbe comportare implicazioni imprevedibili nell’ambito lavorativo, che potrebbero penalizzare l’avanzamento in carriera. Servirebbero criteri oggettivi per la valutazione dei livelli di ingresso e uscita da un corso e programmi identici per tutti.

Accade spesso, inoltre, specie quando si organizzano corsi per le aziende, che si confonda la formazione con la consulenza. Le aziende tendono a chiedere programmi di insegnamento mirati alla risoluzione di problemi concreti, mentre la formazione dovrebbe avere lo scopo di dotare i partecipanti di strumenti cognitivi generali, da applicare di volta in volta a seconda dei problemi concreti che ci si trova ad affrontare. Anche questo, ovviamente, ha pesanti ripercussioni sui criteri di valutazione.

Si parla moltissimo di politiche attive del lavoro, ma mancano studi sull’impatto reale che queste hanno nel concreto. Si producono

valutazioni artigianali condotte sfruttando, con ingegnosità acuita dal bisogno, quel po’ di informazioni che si riesce a racimolare tra indagini correnti e archivi risultanti da processi amministrativi1.

Data questa situazione, è legittimo attendersi che i dati diano come risultato un quadro assai variegato a seconda delle caratteristiche dei beneficiari. Non mancano neppure situazioni in cui il risultato dello sforzo formativo sia nullo o addirittura negativo. Queste considerazioni sono assai importanti se consideriamo che la formazione, nel quadro della cosiddetta flexecurity dovrebbe favorire la riconversione occupazionale di persone espulse, si spera solo temporaneamente, dal mondo del lavoro. A livello europeo, gli studi empirici mostrano una bassa efficacia nell’accrescere la probabilità di trovare lavoro dei partecipanti, con l’eccezione di un lieve effetto positivo per quanto riguarda i disoccupati di lungo periodo.

Un monitoraggio ISFOL e Italialavoro (Ammortizzatori sociali in deroga e politiche attive del lavoro: monitoraggio dell’attuazione, degli esiti e degli effetti dell’accordo Stato-Regioni 2009-2012, Vol. 1) evidenzia come gli enti formativi (prevalentemente privati “accreditati”) hanno puntato soprattutto a “riempire le classi” in corsi di inglese e informatica dagli esiti occupazionali incerti2. Dato che mi occupo di formazione in area informatica da circa vent’anni, posso confermare: ho fatto corsi per i tassisti, per gli autotrasportatori, ecc. Qualche anno fa, la Regione Liguria si inventò corsi di alfabetizzazione informatica per la terza età, che ebbero un notevole successo poiché, a conclusione, ognuno dei partecipanti riceveva in omaggio un computer portatile.

Giustamente, nel suo articolo Francesco Giubileo fa rilevare come sia difficile che le chance occupazionali di un quaranticinquenne rimasto senza lavoro possano aumentare grazie a un corso generalista di quindici giorni, specie quando lo stesso quaranticinquenne si trova in concorrenza con neolaureati, magari con specializzazione all’estero, che possono occupare la stessa posizione con un costo per l’azienda nettamente inferiore. In queste condizioni, la partecipazione a un corso si configura più a livello di un passatempo che di un investimento su se stessi. Anche in questo caso bisogna rilevare come la tendenza degli enti di formazione sia quella di erogare corsi preconfezionati e non studiare progetti mirati al ricollocamento professionale. Ma, bisogna essere chiari, la responsabilità non è solo del mondo della formazione, poiché mancano efficaci strumenti di monitoraggio del bisogno di professionalità sui diversi territori italiani.

Anche le stesse APL (le agenzie private di collocamento) hanno privilegiato il parcheggio in formazione e, di conseguenza, non hanno ricollocato praticamente nessuno limitandosi a erogare gli stessi servizi dei Centri per l’impiego pubblici. La loro politica è stata quella di scaricare il possibile beneficiario all’attore pubblico, senza attivarsi nelle fasi di intermediazione, giudicate troppo rischiose, che è, salvo rarissime eccezioni, un “surrogato amministrativo senza risorse.

Accanto a questo quadro desolante, negli ultimi anni è in forte espansione la formazione professionale mirata, che prevede la realizzazione di programmi orientati al rapido inserimento occupazionale di disoccupati e inoccupati. Questa tipologia di corsi dovrebbe rispondere alle esigenze provenienti da quei settori economici che, secondo fonti amministrative o secondo la banca dati Excelsior di Unioncamere, potrebbero offrire, anche in un periodo di recessione, nuove opportunità di lavoro. Anche in questo contesto, però, si manifestano diversi problemi, specialmente a causa della scarsa trasparenza nei criteri di accesso ai corsi (si suppone possano esserci dei favoritismi e che alcuni enti consentano l’accesso a persone preliminarmente scelte dalle aziende).

In conclusione, si vede come quello della formazione professionale sia un mondo estremamente complesso, che coinvolge decine di migliaia di addetti in tutto il Paese, con un potenziale enorme di sviluppo, ma che necessita di un enorme lavoro di razionalizzazione. È un tema che mi sta particolarmente a cuore, visto che me ne occupo da molti anni, e sul quale ritornerò spesso. Dato il potenziale del settore, il lavoro di riordino andrà necessariamente fatto e andrà fatto quanto prima.

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Note:

Note

  1. Rettore e altri, La valutazione delle politiche del lavoro in presenza di selezione: migliorare la teoria, i metodi o i dati?, Rivista di Politica Economica, n. 3, 301-341 (cit. nell’articolo di Francesco Giubileo).
  2. ISFOL e Italialavoro, Report: Le misure regionali di contrasto alla crisi occupazionale connesse con l’accordo Stato-Regioni del febbraio 2009. Vedi anche: Italialavoro, Analisi Studi sul Mercato del Lavoro, Le misure anticrisi in Italia.

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