Google e la global governance

La mega multa che è stata comminata a Google ha portato Loretta Napoleoni a scrivere un interessante commento (Google, Facebook e gli altri. Perché serve una legge prima che sia troppo tardi, Il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2017). Secondo la saggista romana, infatti, appare evidente una totale assenza di governance del villaggio globale.

Seguendo il filo logico dell’autrice del post, domandiamoci cosa c’entra Google con gli squilibri mondiali del villaggio globale. Ed ecco la risposta dell’autrice del post:

Molto, moltissimo dal momento che il suo comportamento commerciale sul mercato americano non viene considerato illegale mentre su quello europeo sì. In altre parole, sulle due sponde dell’Atlantico esistono due visioni distinte della concorrenza sleale. Ecco un esempio preoccupante dell’assenza di una legislazione universale in un settore, l’internet, non solo nato lo stesso giorno della globalizzazione, ma che insieme alla sorella sta ridisegnando il nostro mondo. [Grassetti nell’originale.]

Le differenze tra il comportamento dell’antitrust americana ed europea sono evindenti. Negli USA, compito dell’antitrust non è quello di tutelare i diritti di piccole e medie imprese nei confronti dei colossi, ma deve tenere conto dei bisogni e delle esigenze dei consumatori. In altre parole, se un’impresa offre un servizio o un prodotto che aiuta i consumatori, allora è tutto a posto, anche se la stessa azienda si comporta in maniera sleale nei confronti dei concorrenti o dei potenziali tali. L’ultima volta che il dipartimento di giustizia ha intentato causa in un tribunale federale per rompere un monopolio che schiacciava i concorrenti è stato in occasione del processo intentato dal governo americano contro Microsoft, quando – all’inizio del nuovo millennio – Microsoft era stata accusata di pratiche monopolistiche per il lancio di Internet Explorer. Il colosso di Redmond, successivamente assolta, aveva corso il rischio di essere diviso in due società.

Prosegue Napoleoni:

Si potrebbe concludere che in America il bullismo commerciale va bene se produce vantaggi per il consumatore. Ma è proprio vero che sia così? Come può una concorrenza sleale essere vantaggiosa per il consumatore? In Europa i funzionari antitrust hanno una diversa mentalità. In un continente dove la protezione delle aziende e delle industrie nazionali ha sempre avuto grande importanza, non bisogna sorprendersi se lo stesso atteggiamento vale per l’antitrust. A differenza degli Stati Uniti, infatti, gli europei vigilano sulla salute dei concorrenti minori. E infatti Google non è l’unica impresa che è rimasta intrappolata nella rete dell’antitrust dell’Unione Europea, la Commissione ha di recente indagato sui contratti di Amazon con gli editori per gli e-book e Amazon ha dovuto piegarsi alle sue conclusioni e cambiarli. [Grassetti nell’originale.]

Queste divergenze di vedute fra la giustizia americana e quella europea sono importanti per le loro implicazioni. In primo luogo, ben difficilmente le imprese che sono state escluse dal mercato cibernetico a causa delle pratiche dei giganti d’oltreoceano riemergono, nonostante la loro vittoria legale. Tale vittoria, in secondo luogo, non produce grandi cambiamenti sul funzionamento del mercato. La multa da 2,7 miliardi di dollari che Google dovrà pagare, sebbene non sia una bazzecola, non modificherà di certo la posizione di dominio che l’impresa è riuscita a conquistare sul mercato, né altererà la sua filosofia commerciale. Al più, Google starà più attenta in Europa, ma nel resto del mondo continuerà a comportarsi da monopolista assoluto.

Internet è un servizio che nasce globale, ma non è mai stato regolato a livello globale. La condanna dell’Unione Europea si basa su un’indagine che ha analizzato 1,7 miliardi di ricerche su Google. I risultati hanno dato conferma di qualcosa che era già evidente in precedenza: i sistemi pubblicitari hanno già optato per Google e quindi i concorrenti sono ormai fuori gioco e non torneranno a esistere. Questo fatto è acclarato ormai per tutti i giganti della rete: di fatto Amazon e Facebook non hanno concorrenti (ed è di qualche giorno fa l’annuncio del raggiungimento del numero incredibile di 2 miliardi di utenti registrati a Facebook). E date le loro dimensioni, chi si azzarderà a entrare in concorrenza con loro? Il controllo del mercato è una faccenda combattuta da loro, una lotta tra monopolisti che combattono con le armi della concorrenza sleale.

La conclusione di Napoleoni è inquietante:

Morale: la concorrenza sleale a lungo andare crea monopoli e i monopoli sono per definizione pericolosi perché sono dittature commerciali e come tutte le dittature non promuovono gli interessi dei consumatori ma dei monopolisti. Una legislazione antitrust globale serve appunto per evitare che il sistema degeneri e per proteggere gli interessi dei consumatori non solo oggi ma anche domani. E serve prima che sia troppo tardi per ripristinare un sano libero mercato. [Grassetti nell’originale.]

Per parte mia aggiungo solamente un’ultima considerazione. Google, Amazon, Facebook e tutti gli altri colossi del mondo internet non si limitano a controllare la pubblicità online, ma gestiscono ed elaborano informazioni sul comportamento dei singoli utenti. Il controllo di queste informazioni è assai importante ed estremamente pericoloso, perché permette di conoscere molti dati che dovrebbero essere coperti dalla più rigorosa privacy, come ad esempio informazioni sulle tendenze politiche, sessuali, sulla salute delle singole persone. Viviamo nel mondo del big data, oramai.ì, e a questo tema dovremo porre sempre più attenzione.

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