Che cosa sono e come ci si difende dalle fake news

Da un po’ di tempo volevo scrivere qualcosa in merito alle fake news, ma non riuscivo a trovare il modo di iniziare. Non volevo fare un discorso politico perché esula dagli obiettivi di questo sito, ma gli unici ambiti ai quali potevo ispirarmi erano quelli dell’immigrazione e delle vaccinazioni; argomenti, quindi, di carattere fortemente politico.

Poi, finalmente, ho trovato un lungo e dettagliato articolo di Nicola Bruno su SkyTg24HD, 2016, l’anno della post-verità e del boom delle false notizie. Ne ho brutalmente seguito lo schema passo passo e mi sono limitato a integrare con qualche considerazione personale e alcuni esempi che mi sono venuti in mente. Diciamo pure che ho attinto a piene mani e il mio lavoro creativo è stato minimo. Per me, però, si tratta di un inizio, visto che mi riprometto di tornare su questo argomento. Non so quando e non so come, ma lo farò.

Fake news è un’espressione inglese che si può tradurre in italiano come “notizie false”. Come spesso accade è difficile dare un significato univoco a un fenomeno che si sta ingigantendo a dismisura a causa della diffusione dei social network, ma voglio provarci lo stesso, approfittando della definizione di Melissa Zimdars, docente di comunicazione al Merrimack College e promotrice del progetto OpenSources, nato per mappare in maniera collaborativa le “fonti false, ingannevoli, clickbait o sataniche”. Si utilizza il termine fake news per indicare quelle fonti che

inventano del tutto le informazioni, disseminano contenuti ingannevoli, distorcono in maniera esagerata le notizie vere.

Si tratta di una questione molto importante, che può pregiudicare la correttezza di scelte in diversi ambiti della vita sociale, dalla politica all’economia. Donald Trump ha sovente utilizzato questa locuzione per accusare prestigiose testate con il New York Times e il Washington Post. Più in piccolo, anche il blog di Beppe Grillo usa l’espressione in riferimento a diversi giornali quotidiani italiani.

Insomma, detta papale papale, le fake news altro non sono che bugie. E di bugie la storia è piena, basti pensare a tutte quelle che raccontava Ulisse nell’Odissea di Omero. C’è anche chi, come lo studioso Robert Damton ha ricostruito la storia della disinformazione a partire dal VI secolo d.C. L’uso manipolatorio delle informazioni è passato attraverso diverse modalità: dalle “pasquinate”, sonetti spesso diffamatori contro i Papi appesi sulle statue di Roma, o ai “canard” distribuiti nelle strade di Parigi con notizie spesso ingannevoli, o ai giornali londinesi di fine Settecento quando le notizie false hanno raggiunto, secondo l’autore, il proprio picco.

Ma oggi, la rete, ha radicalmente cambiato la situazione. Nello scenario del “giornalismo a rete” (definizione di Charlie Beckett). Chiunque può accedere a molte fonti di informazione e allo stesso tempo creare un contenuto informativo con bassi costi1 e alte potenzialità di distribuzione. Da un lato, questo consente di migliorare in modo significativo la qualità e la pluralità dell’informazione, ma, dall’altro lato, ha aperto nuovi enormi spazi per chi persegue finalità diverse: propaganda, disinformazione, ecc.

Faccio qualche esempio: se si vogliono generare facili profitti pubblicitari derivanti dalle inserzioni, basta creare un sito web e saperlo promuovere bene sui social media con titoli accattivanti (attenzione però, non è così facile come può sembrare) per guadagnare mensilmente cifre importanti. Lo ha dichiarato Paul Horner, uno dei più noti autori di notizie false, al Washington Post. Inoltre, secondo FQ Millennium di giugno 2017 (articolo Dentro gli uffici della Dezinformatsija) a San Pietroburgo, in via Savushkina 55, si trova un edificio di duemilacinquecento metri quadri distribuiti su quattro piani:

Da fuori sembra un business center qualsiasi, ma non è così. All’ingresso, tornelli e guardie. Le videocamere interne sono ovunque, sempre accese, giorno e notte. Banditi, al contrario, gli smartphones dei dipendenti, per evitare che i video su quanto accade lì dentro finiscano in rete, come già successo. L’edificio è attraversato da corridoi lunghissimi con tanti uffici chiusi. Sulle porte non ci sono targhette, ma è pieno di gente. «Si inventano delle cose mentre scrivono…», prosegue la nostra fonte. Blog sotto falso nome, commenti anonimi ad articoli pubblicati da testate web, interventi in forum online. Sulla guerra in Ucraina, sugli oppositori di Putin, sull’America di Trump e sulla nostra Europa. Con una sola preoccupazione: inondare la rete di interventi fedeli alla linea del Cremlino. Non certo dire la verità.

Questa struttura ha acquisito il nomignolo di “fabbrica dei troll”.

Messa così sembra quasi una cosa quasi simpatica, ma pensate a cosa potrebbe succedere se diventasse virale in rete, specialmente in certi paesi,  un video che mostra un militare americano che spara su una copia del Corano. Non l’ho inventata io, è successo veramente, ma non si trattava di un soldato a stelle e strisce bensì di un barista di San Pietroburgo appositamente travestito assoldato dalla struttura sopra menzionata.

Chi vuole confezionare notizie false per influenzare con facilità l’opinione altrui per finalità politiche può sfruttare l'”effetto bolla” che Facebook e gli altri social network producono quando ci fanno vedere contenuti personalizzati provenienti da fonti che confermano i nostri pregiudizi e su cui molti utenti cliccano “mi piace” o “condividi” senza neppure leggere fino in fondo la notizia o domandarsi da dove realmente provenga.

Un altro elemento fondamentale, che genera una certa confusione, è quello che si potrebbe definire “estetico”. Facebook e Google News impaginano le notizie in una modalità omogenea, impaginando allo stesso modo i contenuti che provengono da fonti autorevoli e da siti spazzatura. Viene dato più risalto al titolo e a una eventuale bella fotografia piuttosto che alla fonte che lo ha prodotto e, ovviamente, alla qualità del contenuto. Per chi produce questi siti si tratta di una bella fonte di guadagno perché le agenzie di pubblicità sul web guardano al numero di contatti generati, non a come vengono generati. In questo caso, si producono fake news con scopi di clickbaiting (“acchiappaclick”), tanto per usare un po’ di gergo.

Nel 2016, l’Oxford Dictionary ha introdotto il termine “post-verità”, dandone la seguente definizione:

circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli all’emotività e alle convinzioni personali.

E queste convinzioni non vengono scalfite neanche quando smentite in modo evidente dai fatti.

La decisione di inserire questa locuzione nell’Oxford Dictionary è stata dettata dal consistente uso che, proprio nel 2016, ne è stato fatto in ambito politico prima con il referendum sulla Brexit e poi con le elezioni statunitensi.

Sul tema della post-verità si è pronunciata anche la nostra Accademia della Crusca che ha sottolineato come il fenomeno non sia nuovo, anche se:

le caratteristiche e le dimensioni assunte dal fenomeno ai nostri giorni sono però diverse e ci sono alcuni fattori che in particolare devono essere sottolineati, tutti legati alla rete: la globalità, la capillarità, la velocità virale della diffusione delle varie post-verità e poi la generalità e genericità degli attori che possono alimentarle, spesso con una propaganda nascosta e inaspettata che può provenire da pseudo-istituti di ricerca, da esperti improvvisati.

È importante non fare confusione tra fake news e notizie pubblicate da un sito di news che si rivelano poi sbagliate. Claire Wardle, direttrice di First Draft News, network internazionale sulla verifica delle fonti online, ha proposto un’utile distinzione fra:

  • disiniformazione: creazione e condivisione consapevole di informazioni che si sa essere false;
  • misinformazione: condivisione involontaria di informazioni false.

A chiunque può capitare di condividere, e quindi contribuire a divulgare, informazioni false. Non tutti, però, lo fanno con l’obiettivo di ingannare chi legge. E, soprattutto, chi produce involontariamente un’informazione falsa tende poi a rettificarla e/o integrarla non appena emergono nuovi elementi. Chi, invece, diffonde intenzionalmente informazioni false si guarda bene dal correggerle.

Nel caso delle ultime elezioni statunitensi, è emerso che alcuni degli articoli più condivisi provenivano da Veles, una cittadina della Macedonia, dove erano attivi una serie di adolescenti che producevano notizie inventate di sana pianta. Questi articoli sovente erano a favore di Trump e contro Hillary Clinton, non perché ci fosse un collegamento diretto con l’attuale presidente USA, ma semplicemente perché quel genere di notizie generavano più click e quindi anche maggiori introiti pubblicitari.

Si è molto discusso dell’uso di fake news per scopi propagandistici in contesti elettorali. Abbiamo visto sopra come si sono organizzati in Russia, ma tentativi di questo tipo sono stati registrati anche negli Stati Uniti, in Germania, in Olanda e, più recentemente, anche in Francia.

Anche in Italia il fenomeno è molto diffuso. Uno dei casi più discussi è stato quello di liberogiornale.com, sito che diffondeva informazioni false in chiave politica. Due inchieste hanno poi evidenziato come quel dominio facesse parte di una più grande galassia di siti fake riconducibili a una società con sede in Bulgaria, gestita da italiani. Oltre a questo hub, ci sono molte altre galassie di siti web che diffondono notizie false in italiano con obiettivi politici o economici.

Di recente, ttra le fake news più condivise troviamo:

  1. Brexit: lo slogan a caratteri cubitali su un autobus del comitato per il “leave”, secondo cui il Regno Unito avrebbe potuto risparmiare 350 milioni di sterline a settimana una volta uscita dall’Unione europea. Il dato è stato poi smentito dagli stessi autori, ma solo dopo la vittoria al referendum.
  2. Elezioni Usa: la notizia più condivisa in assoluto su Facebook è stata quella secondo cui papa Francesco aveva deciso di appoggiare Donald Trump.
  3. Referendum italiano: secondo un’analisi del sito Pagella Politica, l’articolo più condiviso sul tema è stato quello, pubblicato dal sito Italiani Informati, a proposito del (falso) ritrovamento di “500.000 schede già segnate con SI”. Nonostante provenisse da una fonte sconosciuta e il paese a cui si fa riferimento non esista la notizia è stata condivisa più di 200.000 volte.
  4. Germania: una foto con un siriano (con regolare permesso di soggiorno) che si scatta un selfie con Angela Merkel è stata manipolata e messa in relazione con gli attentati di Bruxelles o di Berlino. Il ragazzo ha fatto causa a Facebook perché il proprio volto non venga più associato agli attentati.

In ambito un po’ meno impegnativo, come si potrebbe valutare una notizia come la seguente: in Svezia, per salvare un gattino che non riusciva a scendere da un tetto, sono intervenuti venticinque pompieri, con due autoscale e un’autobotte? È sicuramente una bufala, ma probabilmente qualcuno ci ha creduto.

Al di là della politica, molte notizie false sono riferite al mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento. Negli Stati Uniti sono diventate virali le fake news relative all’arrivo delle star in piccolissime località del paese. Una cosa simile mi era successa tanti anni fa, ma si trattava di passa parola e non di condivisione sui social network. La storia è questa: studente universitario ero in giro con un mio compagno di studi e, stranamente eravamo con la sua Vespa anziché con la mia moto. Arrivati a metà di via XX Settembre si fermò all’altezza dell’Hotel Bristol dove c’era una massa enorme di ragazzini. Gli chiesi cosa stessimo facendo e lui mi rispose: si è sparsa la voce che al Festival di Sanremo ci saranno i Duran Duran e che dormono qui a Genova. I Duran Duran? Ma pensa!

Per verificare la qualità di una notizia si possono seguire alcune semplici regole, suggerite da Craig Silverman, esperto di fact-cecking e giornalista di Buzzfeed:

  1. Controllare l’URL: spesso non ce ne accorgiamo, ma il sito su cui stiamo cliccando è una copia di uno più famoso e autorevole, tipo “La Gazzetta della Sera”, “Rebubblica” o “Il Fato Quotidiano”.
  2. Leggere la pagina “Chi siamo”: molti siti che diffondono fake news spesso hanno un disclaimer in cui indicano che si tratta di un sito di satira.
  3. Occhio alle dichiarazioni: se provengono da una persona nota, basta selezionare la frase e lanciare la ricerca con Google tra virgolette. In questo modo si può controllare se le stesse parole sono state riprese anche da altre fonti. In caso contrario è meglio approfondire.
  4. Seguire i link, per vedere se effettivamente ti porta alla fonte che dice di linkare oppure no. In generale, è meglio essere diffidenti degli articolo che hanno pochi (o nessun) link.
  5. Fare una ricerca inversa delle immagini: basta andare su Google immagini e caricare un’immagine sospetta per scoprire se è stata già pubblicata altrove o se si riferisce a un altro evento.
  6. Cautela: “Se una storia ti sembra troppo bella per essere vera, oppure ti provoca una forte reazione emotiva, è meglio calmarsi per un momento”, è il consiglio finale di Silverman. Soprattutto, aspettare un momento prima di condividere.

Dato che il fenomeno è rilevante, sono state messe in campo diverse iniziative per arginare la diffusione delle notizie false. Facebook ha lanciato negli Stati Uniti un servizio di segnalazione delle notizie che sono state messe in dubbio da alcune note testate di fact-cecking (come Snopes o Associated Press) che fanno parte dell’International Factchecking Network e che hanno siglato il codice di condotta del Poynter Institute.

Google ha invece deciso di colpire le testate acchiappaclick, produttrici di false notizie, bloccando la propria pubblicità sui loro domini.

In Europa, diversi governi hanno lanciato proposte di legge per arginare il fenomeno. La Germania vuole introdurre multe fino a 50 milioni di euro per i siti che non rimuovono notizie diffamatorie o calunniose (ma questo provvedimento non riguarda le fake news in genere, ma solo alcune tipologie). Nella Repubblica Ceca è stata creata una unità governativa per il timore di influenze russe in campo informativo. In Italia è stata presentata una proposta di legge contro le notizie false, che però è stata giudicata “pericolosa” sia da alcuni esponenti politici che da attivisti per le libertà digitali.

Parallelamente, stanno prendendo piede iniziative di educational fact-checking con l’obiettivo di diffondere la cultura della verifica delle fonti nei contesti scolastici e familiari. Negli Stati Uniti sono attivi due progetti:

  1. News Literary Project che invita giornalisti nelle scuole e ha creato una app per i docenti;
  2. Center for News Literacycorso gratuito online della Stony Book University che effettua attività educativa sia sugli studenti che sui docenti. Fra le diverse iniziative, il Centro ha lanciato un disponibile sulla piattaforma Coursera (che fa capo a diverse università statunitensi).

Recentemente, l’OCSE ha lanciato un appello perché nelle scuole si insegni a riconoscere le notizie false. Questa competenza verrà valutata nel prossimo PISA Test, che valuta il grado di alfabetizzazione nelle scuole di più di 60 paesi.

International Factchecking Day. Dal 2 aprile di quest’anno è stata lanciata dal Factchecking Network del Poynter Institute questa iniziativa, volta a sensibilizzare e promuovere la cultura della verifica delle fonti in tutto il mondo. Sul sito dell’evento si trova una mappa con le attività intorno al mondo, una lezione per i docenti, un quiz da fare con gli amici e altre risorse.


Note:

  1. Per rendere l’idea: questo sito, che è ancora molto piccolo, ha un costo di 10,99 euro/anno + IVA per quanto riguarda registrazione dominio e hosting. Mi sono avvalso della piattaforma completamente gratuita WordPress, ho usato il tema grafico, anch’esso completamente gratuito, è Colinear e qualche widget aggiuntivo. Tutto il resto, dalla personalizzazione del tema grafico ai contenuti è tutto frutto del tempo che ci dedico.

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